L’Italia ha ancora l’X Factor?

Se è vero che si capisce un popolo anche guardando la sua televisione, verrebbe da pensare che l’Italia stia per essere tagliata fuori dal mondo. Notizie ufficiose danno, infatti, per improbabile il ritorno di X Factor sui nostri schermi, pare per colpa di scarsi ascolti. E pensare che in Inghilterra, dove il format è nato, continua a essere il programma più visto e amato in assoluto dai sudditi di Sua Maestà. Un trionfo tale, quello di X Factor, che non esiste angolo del mondo che non abbia ormai la sua versione di successo. Basta aprire un qualsiasi sito d’intrattenimento americano per rendersi conto dell’attesa che si ha per l’ormai imminente lancio della versione made in USA. Eppure l’Italia sembra aver perso interesse di questa sfida tra talenti. Molti critici e detrattori danno la colpa alla sua somiglianza con altri programmi; personalmente, avendo seguito sin dall’inizio le edizioni inglesi del programma, ritengo piuttosto che la responsabilità sia da attribuire alle modifiche fatte al format originale per essere adattato a un gusto italiano.
Porre fine a una produzione che ha cosi tanta risonanza a livello mondiale sarebbe uno sbaglio che Magnolia, che lo gestisce in Italia sotto licenza SyCo, dovrebbe riuscire a evitare, magari puntando a una nuova collocazione soprattutto di rete.
Confrontando X Factor Italia e X Factor UK, è lampante il diverso trattamento riservato alla fase delle selezioni a livello di palinsesto e di rilevanza. Se nel formato originale i provini degli aspiranti cantanti trovano la stessa collocazione settimanale dei live show; in Italia questi vengono confinati a una fascia quotidiana, e per giunta per due sole settimane. Questo impedisce, di fatto, allo spettatore di sentirsi il quinto giudice, cosa che invece avviene in UK.
Giunti alla prima serata si riconosce subito il marchio del format grazie alla struttura dello studio, le musiche e i colori. Ma se i temi musicali coincidono, questo non si può dire in fatto di contenuti e sviluppo del prodotto. Differenze sostanziali si trovano nella durata e nel tipo di conduzione del programma: In UK non si va mai oltre l’ora e mezza, mentre in Italia una puntata non è mai inferiore a tre ore. Mentre noi abbiamo un Facchinetti sempre presente e sempre pronto a dire la sua, Oltremanica troviamo una conduzione classica, pacata e quasi solenne dove i giudizi e i commenti vengono esclusivamente lasciati ai giudici . Spesso nella versione italiana la Musica e i concorrenti sembrano essere semplicemente un contorno e un pretesto per accendere discussioni più degne di una sagra che a un talent show in prime time.
Il vero problema di struttura della versione nostrana forse è l’assenza di un burattinaio come Simon Cowell, che non solo è giudice nella versione inglese (e presto anche di quella americana), ma ne è anche l’ideatore e produttore esecutivo. Manca il capo, qualcuno che abbia anche interessi personali a far sì che il risultato e la qualità del prodotto siano ineccepibili.
E’ ovvio quindi che in Italia si punti di più allo share facile attraverso discussioni urlate che a trovare vere forze della natura in grado di inchiodare la gente davanti al televisore.
Una cosa bisogna riconosce a X Factor Italia: l’introduzione dei pezzi inediti per i finalisti. Grazie a questo elemento siamo riusciti a conoscere Nathalie Giannitrapani nella sua totalità. Sarebbe stato un peccato non aver dato una possibilità a un’artista di 30 anni, paradossalmente già “troppo vecchia” per gli altri talent in circolazione.
Avere il Fattore X significa avere quel qualcosa in più che ti rende speciale. Non basta metterti il vestito buono del cugino inglese per renderti tale. Bisogna sapere essere brillanti e originali.
E bisogna sapere portare un abito preso in prestito, altrimenti si rischia di essere fuori luogo.
L’Italia ha ancora l’X Factor? Forse sì, basta continuare a cercarlo.

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